“La mia moda è un mix di mondi”: intervista ad Anna Maria Marino, anima di Maison Jejia

di Stefania Albanese

Dall’architettura alla moda, dall’amore per il Giappone alla passione per il design: la stilista ci racconta il percorso che l’ha portata a creare il suo brand indipendente, oggi presente in 180 boutique nel mondo. L’abbiamo incontrata a casa sua in occasione della Milano Fashion Week.

 

Com’è iniziata la tua carriera?
Da ragazza, mi sono iscritta alla facoltà di Architettura, ho studiato, ma poi ho abbandonato perché ho iniziato a lavorare come assistente direttore creativo da Ratti, a Como. In realtà volevo fare la designer. Però quella voglia di “costruire case” mi è rimasta: quasi tutte le mie case sono disegnate da me.

E la passione per la moda? Quando è nata l’idea di creare un tuo brand di abbigliamento?
L’idea è nata dopo la scomparsa di mia madre: ho voluto dedicarle un brand. In realtà, lavoro nella moda da sempre: ormai sono più di 25 anni che collaboro con brand di lusso come consulente. Mi piace molto confrontarmi con grandi imprenditori, è stato un grande arricchimento. Così è nato il progetto, in omaggio a mia madre, che si chiamava Maria Teresa, detta Jejia. All’inizio era quasi un hobby: vendevamo in circa 20 boutique giapponesi. Poi, nel 2016-2017, ho deciso di fermarmi, non rinnovare un contratto di consulenza, e provare a far crescere davvero questo marchio. Oggi siamo in 170-180 boutique nel mondo: circa il 40% in Italia e il 60% all’estero.

Perché hai scelto proprio il Giappone per distribuire i tuoi capi inizialmente?
Ho sempre amato molto la cultura giapponese. Ci vado da quando ero ragazzina, conosco bene Tokyo, mi piace tantissimo. Infattti, una giornalista francese, quando mi ha conosciuta, pensava fossi un designer giapponese, un uomo, per il tipo di estetica. In realtà il mio brand non ha una “nazione”: è un mix dei luoghi che ho vissuto e amato, dal Giappone al Marocco, dalla Francia all’Italia. Mi sento cittadina del mondo.

Sogni di aprire uno store monomarca?
Sì, certo. Non ancora, perché siamo indipendenti, ma in futuro il mio sogno è quello. Il primo lo aprirei a Parigi, il secondo forse a Milano.

 

Sempre più spesso moda e design si contaminano. Pensi che anche il tuo brand possa aprirsi a questa direzione?
In realtà, lo faccio già, ma solo per me e per pochi amici. Le mie case sono arredate con tessuti delle collezioni, tappeti personalizzati, patchwork di materiali. Mi viene naturale trasformare un oggetto e renderlo mio. Disegno tessuti esclusivi con fornitori che li realizzano apposta: l’imperfezione, per me, può vivere in un piatto, una tenda o una tazza.

Ti occupi da sola delle tue creazioni o hai un gruppo che ti supporta?
Lavoro con un piccolissimo team, ma sto cercando di trasmettere loro il mio approccio e la mia attitudine. Spero che presto abbiano tutti un ruolo importante.

C’è un capo della collezione attuale di cui sei particolarmente fiera?
Sì, quelli in cui accosto fantasie diverse. È una cosa che un tempo non avrei fatto, ma ora mi piace molto: rende i capi chic, moderni, giovani. La collezione è eclettica, adatta a tutte le età. Jejia può essere indossato dalla ventenne quanto dalla sessantenne.

Hai mai pensato di aprirti anche al mondo maschile?
Sì, me lo hanno chiesto in molti. Sto pensando a una piccola capsule maschile. In realtà molti capi sono già genderless: giacche, cappotti, pantaloni possono benissimo essere utilizzati anche dagli uomini. Penso che sempre più stilisti andranno in questa direzione, superando la divisione uomo/donna.

Qual è il tuo prossimo passo? Possiamo avere qualche spoiler?
Sto lavorando a un progetto molto ambizioso, ma preferisco non parlarne, sono un po’ scaramantica. Lo vedrete!

Realizzare un magazine come POSH ha qualcosa di meraviglioso. Intanto si ha bisogno di tempo: non tutto deve scorrere veloce, anzi. Inoltre servono l’intensità e una particolare passione per condividere con gli straordinari personaggi che incontriamo momenti unici.