La redazione di POSH ha partecipato alla presentazione della collezione FW 26/27 di Boglioli, uno dei nomi più significativi della sartoria italiana contemporanea. Abbiamo avuto il piacere di intervistare Francesco Russo, CEO della storica maison bresciana, e Marco Re, direttore creativo. Di seguito la nostra chiacchierata.
Marco, cosa hai voluto esprimere con la collezione FW26–27? Qual è il concetto generale da cui sei partito?
Quando ho cominciato a studiare sei mesi fa il moodboard ricevuto dall’azienda la prima cosa che ho pensato è stata voler trasmettere benessere. Non parlo del benessere da cartolina, quello alle Maldive con la famiglia. Parlo di un benessere più poetico, più profondo: quello che noi, come Boglioli, vogliamo trasferire attraverso l’abbigliamento. È un concetto di responsabilità verso l’equilibrio, verso il prodotto che proponiamo e verso la facilità d’uso dei nostri capi nei diversi momenti della giornata. Ad esempio, il soft tailoring, la giacca completamente svuotata, è perfettamente coerente con tutto questo. Quando si indossa un capo Boglioli, leggero, confortevole nel tessuto e nella costruzione, fatto con materiali che si rigenerano addosso a chi li veste, inevitabilmente si sta bene.
C’è un capo a cui sei particolarmente legato?
Sì, c’è un capo che sintetizza tutto ciò di cui sto parlando. Nasce dal nostro archivio ed è, sorprendentemente, un giubbino ispirato al modello Levi’s reinterpretato. Quando parlo di rigenerazione e sviluppo della collezione, parlo anche di mantenere vive le nostre radici culturali. In questo caso, il capo è realizzato in puro cashmere. Boglioli è stata la prima a prendere un materiale così nobile e metterlo in lavatrice per vedere cosa succedeva. Il risultato è stato straordinario: il cashmere si è rigenerato, ha acquisito lucentezza, leggerezza. È la sintesi perfetta tra ricerca, sviluppo e memoria culturale.

Quanto conta la struttura aziendale nel rendere possibile questo tipo di ricerca?
Conta moltissimo. Tutto ciò di cui parlo non sarebbe possibile se Boglioli fosse solo un brand: è un’azienda, una piccola industria artigiana fatta di processi che ci permettono di migliorare continuamente, anche in senso ingegneristico. Io rappresento la parte creativa, ma senza quella tecnica alle mie spalle la creatività resterebbe incompiuta. La nostra fabbrica di proprietà è un vero gioiello di ingegneria artigianale, ed è ciò che ci permette di portare avanti ricerca e sviluppo in modo concreto.
Immagino sia importante il team in questo percorso…
Fondamentale. Un’azienda non è fatta da una sola persona: Boglioli è fatta di persone, di una filiera sana, solida, ben gestita. E qui devo ringraziare Francesco, il nostro amministratore delegato. È lui che ha compreso la direzione, che ci ha sostenuti e che ci permette di sviluppare tutto questo. La sua visione è stata ed è determinante.
Francesco, ci racconti come hai conosciuto Marco? Com’è nato il vostro sodalizio?
Ci siamo conosciuti nel 2018, quando io e altri soci abbiamo acquisito l’azienda. In quel momento abbiamo capito che era arrivata l’ora di riportare Boglioli alle sue origini, per poi ripartire da lì verso il futuro. Marco era la persona perfetta per questo percorso: conosce il marchio fin dall’inizio, ha lavorato con la famiglia fondatrice e ha contribuito allo sviluppo di alcune delle prime creazioni iconiche del brand. Ma non cercavamo qualcuno che si limitasse a rifare ciò che Boglioli era stato. Cercavamo qualcuno che conoscesse profondamente quel DNA, così da poterlo evolvere. Marco è incredibilmente energetico e curioso, e questo ha reso naturale la scelta.
Marco, qual è la forza del vostro rapporto professionale?
La stima reciproca. Con le persone cerchi un’energia, e quando la trovi si crea qualcosa di speciale. La fiducia tra me e Francesco ci permette di essere veloci, sinceri, onesti, trasparenti. Questo è fondamentale, perché abbiamo ancora tanta strada da fare. Siamo piccoli nel mondo rispetto al valore reale del brand, e il nostro obiettivo è far conoscere Boglioli a sempre più persone attraverso i prodotti.
La prossima apertura è in UK, quindi: quando inaugurerete e dove sarete?
Apriremo a marzo in New Bond Street, una via simbolo del lusso e del made in Italy. Il negozio è bellissimo: angolare, con cinque vetrine e un’ottima visibilità. Il nostro obiettivo è ridurre sempre di più il gruppo di chi non ha mai sentito parlare del brand. Se ami l’abbigliamento, Boglioli devi conoscerlo.

Mi incuriosisce la scelta delle città: attualmente, avete negozi solo a Milano e New York. Perché non Parigi o Roma?
L’America è storicamente un mercato fondamentale per Boglioli. Il brand è diventato iconico all’inizio degli anni 2000 con la giacca tinta in capo, presentata per la prima volta a Pitti Uomo a Firenze. Pitti, soprattutto in quegli anni, era la fiera italiana dell’export. I primi compratori importanti furono proprio americani. La distribuzione multimarca iniziò a ordinare volumi significativi, e seguire quell’interesse aprendo un negozio a New York era la scelta più naturale.
In che modo il brand è cambiato dal 2018 a oggi?
Credo possiamo essere orgogliosi di ciò che abbiamo fatto. Abbiamo arricchito la giacca con complementi, con tutto ciò che prima non c’era. Con l’aiuto di Francesco e grazie all’energia che tutti hanno messo nel progetto, siamo riusciti ad aprire e consacrare due negozi, e ora siamo in apertura anche a Londra. Questo ci permette di dare una sensibilità totale a ciò che facciamo: quando vendi solo nei wholesale, il progetto rischia di essere ammaccato, filtrato. Con i nostri negozi, invece, ciò che sviluppiamo è la nostra verità al 100%.





