In occasione dell’appena conclusa Milano Fashion Week, Alabama Muse ha presentato Bellissima, la collezione FW26/27 interamente Made in Italy e con una produzione limitata realizzata da artigiani specializzati nel settore delle pellicce. E non solo. Infatti, per questa linea, il marchio introduce nuovi elementi, come meravigliosi abiti sottoveste, leggeri e sensuali, pensati in seta e chiffon per essere impreziositi da dettagli unici a contrasto e jacquard ton sur ton. Abbiamo incontrato la stylist Alice Gentilucci, founder e creative director del marchio.

Come nasce Alabama Muse?
Il brand viene fondato nel 2020, in pieno periodo Covid, non esattamente un periodo ideale per lanciare un’azienda. Negli ultimi anni, ho ripreso in mano tutto: mi autoproduco, punto molto sulla qualità dei materiali e sulla confezione dei capi. Lavoro con laboratori che conosco perfettamente, tutti in Italia, vicino a Milano. Anche dal punto di vista della sostenibilità è un processo a chilometro zero.
Qual è l’ispirazione di Bellissima, la nuova collezione?
La collezione è dedicata alla femminilità, con un immaginario neorealista. C’è anche una parte “prerealista”, che racconta le attrici a cui mi sono ispirata. È una collezione molto femminile e seducente. Per la prima volta ho introdotto delle sottovesti, alcune in seta e altre in tessuto floccato: sono leggere, sartoriali, tutte fatte a mano. È anche un modo per distaccarmi un po’ dal mondo della pelliccia ecologica.
Il core del tuo brand sono sempre state le pellicce ecosostenibili, giusto?
Sì, Alabama Muse nasce come marchio di pellicce ecosostenibili, Made in Italy e animal free. Una delle caratteristiche più riconoscibili sono le bretelle: puoi portare la pelliccia come uno zaino. Io viaggio molto e negli aeroporti ho sempre mille cose in mano: in questo modo, risolvo un piccolo problema.
Dove viene venduto Alabama Muse?
Al momento, solo online.

C’è un capo a cui sei particolarmente legata?
La parte della collezione che richiama un po’ l’italianità anni ’50 mi ricorda mia mamma: lei aveva quel look neorealista delle attrici dell’epoca. E poi io ho sempre amato il leopardo, l’animalier. Ho sempre desiderato una pelliccia, ma eticamente non me la sentivo di indossarne una vera. Quindi, in un certo senso, questi capi sono costruiti su di me.
Tu nasci come stylist: cosa ti ha spinto a creare una tua collezione?
Mi piace la pelliccia come capospalla e ne volevo una. Quando ho iniziato non c’erano tanti competitor in pellicce ecologiche, oppure non mi convincevano: o poco curate, o molto costose se firmate dai grandi stilisti. Io ho cercato una via di mezzo e ho creato una capsule. E poi, quando fai la stylist, lavori con tanti talenti, impari tantissimo… a un certo punto senti il bisogno di ottimizzare tutto questo e farlo tuo.
Qual è stata la sfida più grande nel dare vita a un brand indipendente, soprattutto in un periodo difficile come quello della scorsa pandemia?
Sicuramente la parte economica. Quando sei piccolo e vuoi lavorare in modo artigianale, con una sensibilità diversa da quella dell’industria, è faticoso, devi accettare compromessi. In realtà, forse anche per il mio percorso, ne ho accolti pochi. Ho preferito andare avanti con le mie gambe. Non è facile, ma come dico sempre ridendo: anche se sono più povera, sono più contenta.




