“Non è una poltrona: è una donna prigioniera”, diceva Gaetano Pesce parlando della UP5

Quando nel 1969 Gaetano Pesce presentò la UP5, accompagnata dal pouf sferico UP6, il mondo del design non era pronto per un oggetto così radicale. Disegnata in pochi minuti, come un gesto istintivo, quasi automatico, non era semplicemente una poltrona: era una dichiarazione politica, un gesto scultoreo, un manifesto sulla condizione femminile e sulla libertà del corpo. A oltre cinquant’anni dalla sua nascita, la UP5 continua a essere una delle opere più riconoscibili del design italiano, simbolo della capacità di unire forma, pensiero e sperimentazione tecnologica.

Pesce immaginò la UP5 come una figura antropomorfa: forme morbide, curve generose, un volume che richiama il corpo femminile. La poltrona, infatti, non è mai stata concepita come un semplice oggetto funzionale, ma come un organismo vivo, capace di evocare emozioni e riflessioni. La sua silhouette avvolgente suggerisce protezione e accoglienza, ma è il rapporto con il pouf UP6, collegato da un cavo, a trasformare l’oggetto in un potente simbolo. Pesce lo descrisse come una metafora della donna prigioniera, legata da vincoli sociali e culturali. Un’immagine forte, che negli anni Sessanta rompeva con la neutralità del design modernista.

La UP5 fu anche un esperimento industriale senza precedenti. Realizzata in schiuma di poliuretano espanso, veniva venduta sottovuoto: una volta aperta la confezione, la poltrona si gonfiava autonomamente fino a raggiungere la sua forma definitiva. Un processo spettacolare, quasi performativo, che contribuì a renderla un oggetto di culto. Questa innovazione tecnica rifletteva la volontà di Pesce di superare i limiti della produzione tradizionale e di esplorare materiali nuovi, capaci di dare vita a forme fluide e organiche.

La prima UP5 era prodotta solo in poche varianti: i colori vivaci che conosciamo oggi arrivarono molto dopo, con la riedizione B&B Italia del 2000, anno in cui tornò a essere commercializzata dopo lo stop dal 1973.

La UP5 fa parte della serie UP, composta da sette modelli progettati tra il 1969 e il 1973. Ogni elemento esplora il rapporto tra corpo, spazio e comfort attraverso volumi morbidi e scultorei. Tuttavia, è la coppia UP5–UP6, ribattezzata negli anni Donna e Palla, a diventare l’emblema della collezione. Prodotta da C&B Italia (oggi B&B Italia), la serie rappresenta uno dei momenti più alti della stagione radicale del design italiano, quando progettisti come Pesce, Sottsass e i gruppi Archizoom e Superstudio mettevano in discussione le convenzioni estetiche e sociali dell’abitare.

Nel corso dei decenni, la UP5 è entrata nelle collezioni dei principali musei del mondo, dal MoMA di New York al Vitra Design Museum, ed è stata reinterpretata in numerose edizioni speciali. Ad esempio, nel 2019, in occasione del 50° anniversario della serie UP, B&B Italia portò la UP5_6 in Piazza Duomo a Milano con un’installazione alta diversi metri. L’installazione era parte della campagna 50 years of captivity, che riprendeva il significato originario attribuito da Gaetano Pesce alla poltrona. Portarla nel cuore di Milano significava trasformare un’icona del design in un manifesto urbano, visibile a migliaia di persone ogni giorno. Durante l’installazione, qualcuno tentò di arrampicarsi sulla scultura e danneggiò parte del rivestimento, motivo per il quale B&B Italia dovette intervenire per ripristinarla.

La presenza di tre sedute UP5_6 nel Giardino della Triennale di Milano è un altro capitolo significativo nella storia pubblica di questa icona, trasformata in una scultura all’aperto e in un simbolo del legame tra l’istituzione e il design radicale italiano. L’installazione completa è stata chiamata Le Signore e la sua creazione risale al 2005.

La sua forza comunicativa non si è mai affievolita: continua a essere fotografata, citata, discussa, reinterpretata. La poltrona è diventata un simbolo del design che pensa, che provoca, che racconta. Un oggetto che non si limita a essere bello, ma che porta con sé un messaggio culturale e politico. Pesce non amava che la chiamassero poltrona. “Non è una poltrona: è una donna prigioniera”, diceva.

Realizzare un magazine come POSH ha qualcosa di meraviglioso. Intanto si ha bisogno di tempo: non tutto deve scorrere veloce, anzi. Inoltre servono l’intensità e una particolare passione per condividere con gli straordinari personaggi che incontriamo momenti unici.