La musica in un tempio senza tempo

di Stefania Albanese

Una delle prime cose che ci siamo chiesti salendo i gradini che portano al cuore di Ritual è stata quanto fosse alta sul livello del mare la montagnetta che lo ospita. In uno degli angoli più suggestivi del nord-est sardo, ha trovato casa, tra i 50 e 60 metri di altitudine, più di cinquant’anni fa, una destinazione estiva capace di rappresentare molto più di un club. Sono il granito e la roccia viva che rendono questo luogo unico, irreplicabile. O, semplicemente, magico.

La sua storia risale al 6 agosto 1970, quando l’architetto parmigiano Andrea Francesco Fiore acquistò una porzione di terreno a Baja Sardinia dove si ergeva un piccolo monte che accoglieva delle grotte al suo interno. L’imprenditore amava pensare che quelle cavità avessero, in passato, ospitato dei rituali mistici, tenuti da chissà chi e chissà quando: da qui, il nome Ritual. Un locale notturno che è sempre stato un po’ controcorrente: mentre la disco music della vicina Porto Cervo attraeva un pubblico di veline, calciatori e personaggi televisivi, Fiore rifiutava l’idea di affidarsi a PR e a omologarsi alla tendenza del momento, preferendo una clientela probabilmente più autentica, meno nota, ma più organica. “La musica in un tempio senza tempo: è così che amava definire questo suo primogenito.

In seguito alla sua prematura scomparsa, questa immensa eredità sentimentale e di macchia mediterranea è passata a sua figlia Francesca, allora ventiduenne studentessa di lingue con già un figlio di più un anno a carico. Non ci ha pensato due volte: ha lasciato l’università, si è rimboccata le maniche, è volata in Sardegna e ha raccolto il testimone con entusiasmo e quell’incoscienza tipica dei vent’anni, inaugurando la sua prima stagione operativa nel 2005. Da quel momento, molto è cambiato all’interno di Ritual. Ad esempio, il fatto che nel 2019 ha scelto di abbracciare il mondo della ristorazione attraverso Le Terrazze, il punto più alto e scenografico della struttura. Il tramonto di cui si può godere da lassù è uno spettacolo di luci e colori capace di accompagnare perfettamente i coreografici piatti di chef Alessandro Cabona e i drink supervisionati da Marco Pisellini.

Le Terrazze conta 240 coperti durante ogni serata in piena estate. Dal crudo di carne a quello di pesce, dalla calamarata al Wagyū, l’ospite di Le Terrazze può godere di una cucina locale o internazionale tradotta in un contesto esclusivo dove il lusso lo si percepisce dal modo in cui si viene accompagnati, dai dettagli a tavola, dal tono di voce del personale, dai particolari estetici volti a completare il piatto. La cucina che vi si assapora è decisamente contemporanea e curata con attenzione nell’accostamento di diversi ingredienti, come l’ostrica con la pera, o le capesante con il crumble di Pata Negra.

Entrambi aperti da fine maggio fino a metà settembre, il ristorante e il club impiegano attualmente più di cento persone, che ogni giorno vi dedicano tempo e passione, energia e determinazione, al fine di regalare ai clienti delle ore di piacevole relax e indimenticabili sapori di mare e terra. “Ancora oggi lavoro con ragazzi che sono con me da quando avevamo vent’anni, come Marco Poltronieri e Tiziano Rossi, entrati nel team rispettivamente come barman e PR e poi divenuti general manager e direttore del rooftop restaurant”, ci dice Francesca, carica di commozione nella voce e soddisfazione negli occhi. Lei non tende a descriverci il suo locale come una discoteca, preferisce usare la parola club, il più longevo della Sardegna. Una location dove la selezione musicale è affidata a tre resident dj la cui ricerca sonora è tangibile nelle due “sale”, il Garden a cielo aperto e il Temple, sito in quello che inizialmente era il cuore di Ritual, lo spazio dove Andres Fiore (soprannominato così da ragazzo quando viveva in America del Sud) ha dormito per giorni con lo scopo di immaginare come avrebbe progettato il suo ritrovo.

Quella che si prova attraversando gli spazi di Ritual è un’esperienza senza eguali, un ritorno a una condizione primordiale della Gallura. Qui i pensieri si affievoliscono e i cinque sensi si accendono: il gusto per la cucina d’autore, l’udito per la musica che vibra nella notte, l’olfatto per il profumo del mare all’orizzonte, il tatto per la pietra antica, la vista per un paesaggio che unisce il verde della campagna all’azzurro della Costa Smeralda.

Realizzare un magazine come POSH ha qualcosa di meraviglioso. Intanto si ha bisogno di tempo: non tutto deve scorrere veloce, anzi. Inoltre servono l’intensità e una particolare passione per condividere con gli straordinari personaggi che incontriamo momenti unici.