Dietro le quinte di Robertaebasta: intervista alla Mercante di Brera

di Stefania Albanese

Quello del mercante e gallerista di antiquariato e design è un mestiere tanto particolare quanto intrigante. Ma cosa succede davvero dietro le quinte? E cosa spinge questi professionisti ad appassionarsi a un’arte così antica? Lo abbiamo domandato a Roberta Tagliavini, imprenditrice visionaria, scrittrice, fondatrice delle gallerie Robertaebasta e volto di numerosi programmi televisivi.

Com’è nata la sua passione per il vintage e il modernariato?
Direi che sia nata con me. Non si chiamava vintage allora ma antiquariato, e amavo anche l’arredamento moderno. Sono sempre stata innamorata di tutto ciò che riguarda le case, più che gli abiti. Ho sempre avuto una passione per gli oggetti e per gli ambienti arredati.

Quali personaggi l’hanno colpita di più nel suo lavoro?
Tra i clienti, Patrizia Gucci e Gianni Versace mi hanno insegnato molto. Ma Giorgio Armani mi ha fatto un complimento meraviglioso. Fu in occasione della visita di Cate Blanchett in città di per girare la campagna del profumo “Sì”. Chiese allo stilista cosa poteva vedere in due giorni e le risposte “A Milano ci sono due cose belle da vedere: il Cenacolo e la galleria Robertaebasta”. Allora, venne nel mio negozio e arredammo la sua abitazione in Australia.

Quali artisti e designer ama di più?
Amo molto i francesi, soprattutto nell’Art Déco, perché nel design siamo più bravi noi italiani. Quello che più ammiro è Gio Ponti, ma anche Albini e tanti altri.

Perché ha deciso di aprire un negozio a Londra?
Per me l’Inghilterra era il centro del mondo prima della Brexit. Ora è tutto più difficile: dogana, documenti, tempi lunghi… Prima era come vendere a Milano, ora non più. Infatti, stiamo valutando se continuare la nostra attività lì.

I pezzi che vende a Londra li seleziona dall’Italia?
Assolutamente sì, vengono scelti qui e spediti. Ed è proprio questo il problema: oggi inviare significa pagare tanto e perdere tempo in burocrazia.

     

Il 7 dicembre 2024 ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro. Se lo aspettava? Cosa ha provato?
Non ci potevo credere. È stato uno dei giorni più felici della mia vita. Ricevere un riconoscimento da Milano, dopo tanti anni di lavoro qui, è stato davvero importante.

Partecipando a Cash or Trash, qual è il pezzo vintage che si è aggiudicata a cui è più legata?
Cerco di venderli tutti. Se li compro è perché mi piacciono, certo, ma non sono qui per fare collezioni: sono qui per vendere.

Che cosa distingue un pezzo bello da un pezzo importante?
Il pezzo bello è bello da vedere, ma può non avere valore. Un pezzo di valore può anche essere brutto. Il bello è bello, ma può non valere niente; il pezzo importante è ricercato, raro, desiderato.

C’è un progetto che vorrebbe realizzare e che non ha ancora visto la luce?
Io ho progetti nuovi tutti i giorni, sono un po’ pazza! Però uno l’ho appena realizzato: un nuovo negozio, aperto da un mese e mezzo, dove ospitiamo giovani antiquari e designer da tutta Italia con proposte moderne, divertenti e curiose. Si chiama Robe Robertaebasta.

È cambiato il cliente tipo di Robertaebasta?
Sì, così come cambiano i tempi. Oggi ci sono due categorie: i giovani, che spesso preferiscono l’usa e getta, anche se alcuni amano davvero l’arte; e i clienti affezionati, che mi seguono da sempre.

Un aneddoto recente che le è rimasto nel cuore?
Avevo un arazzo enorme fino a poco tempo fa, misurava 4 metri per 2,5. Pensavo di non venderlo mai, ma era talmente bello che l’avevo comprato. Un cliente l’ha acquistato e, dopo averlo montato, mi ha chiamata dicendo: “Signora Roberta, io ho una certa età, non mi emoziono più. Però lei con questo arazzo è riuscita a commuovermi”. È stato un riconoscimento bellissimo.

Che consiglio darebbe ai giovani che vogliono intraprendere questa professione?
Devono avere umiltà. Molti credono di essere geni appena iniziano, ma non è così. Bisogna leggere, studiare, girare, guardare, essere curiosi, andare nei musei. Non bastano le nozioni: bisogna toccare la materia.

Qual è stata la decisione più coraggiosa della sua carriera?
Comprare il mio primo negozio, nel 1980, quello in cui siamo ora, senza una lira.

C’è una domanda che avrebbe voluto ricevere, ma che nessuno le ha mai fatto?
Sì: “Come ti senti?”. Nessuno lo chiede mai quando mi intervista.

E come si sente?

Sto molto bene, grazie. Sono felice.

Realizzare un magazine come POSH ha qualcosa di meraviglioso. Intanto si ha bisogno di tempo: non tutto deve scorrere veloce, anzi. Inoltre servono l’intensità e una particolare passione per condividere con gli straordinari personaggi che incontriamo momenti unici.