Sessantadue anni di sartorialità: intervista a Silvio Calvigioni Tombolini

di Stefania Albanese

Silvio Calvigioni Tombolini appartiene alla terza generazione di una dinastia che ha scritto una delle pagine più autentiche della sartoria italiana. Oggi, come direttore commerciale e marketing di Tombolini, maison marchigiana fondata nel 1964, è la voce che guida la trasformazione del brand: un equilibrio sottile tra memoria e futuro, tra la disciplina del gesto sartoriale e la necessità di parlare a un mondo che cambia velocemente.

 

Tombolini nasce con suo nonno negli circa sessant’anni fa, quindi immagino che lei abbia sempre respirato aria di moda e sartorialità. C’è un ricordo d’infanzia che vuole condividere con noi?

L’azienda viene fondata nel 1964, ma già prima mio nonno era un apprendista sarto con il sogno di trasformare la sua passione in una fabbrica. Ci è riuscito, in poco tempo, e io ho sempre respirato l’aria dei tessuti e della produzione, sono cresciuto con i suoi collaboratori e quelli di mia madre. Ricordo con emozione i racconti dei suoi viaggi negli Stati Uniti: senza sapere l’inglese, riusciva a chiudere contratti con aziende del posto, a portare a casa degli ordini. Sono stato a New York per la prima volta quando avevo dieci anni, e ricordo che immaginavo lui in quella grande città. Allora, avevamo uno showroom sulla 5th Avenue.

Da bambino desiderava entrare in azienda o immaginava un altro percorso?

Non è stato difficile scegliere. Avendo sempre vissuto in quest’ambiente, ho scelto un percorso di studi coerente: ho frequentato prima economia e poi un master alla Giorgio Fuà di Ancona. Ho sempre avuto l’obiettivo di essere un imprenditore e di dare continuità a una storia italiana di eccellenza.

Il Ministero delle Imprese e del Made in Italy ha riconosciuto il brand come Marchio Storico di Interesse Nazionale. Cosa ha provato quando gliel’hanno comunicato?

È stata un’emozione enorme per tutta la mia famiglia, intesa anche come insieme dei nostri collaboratori. Questo riconoscimento significa custodire una storia produttiva italiana. È un onore e una responsabilità verso i nostri clienti. Il nostro Made in Italy è autentico: acquistiamo materiali italiani e produciamo tutto nelle Marche, nel nostro stabilimento di circa 10mila mq.

Quali sono i suoi luoghi del cuore nelle Marche e come restituisce valore al territorio?

Sono innamorato delle Marche, vi produciamo tutti i cataloghi. Viviamo a Urbisaglia, un paese piccolo ma ricco di storia romana. Amo il Conero, Porto Novo, Sirolo, Numana e il cibo marchigiano. Abbiamo anche un’azienda agricola che produce olio e marmellate di frutti di bosco. Valorizzare il territorio è un dovere per noi. Sono spesso all’estero, tra Milano e l’estero, ma dopo due giorni sento nostalgia delle Marche.

Come nasce Zero Gravity, lo smoking più leggero al mondo?

L’idea nasce anni fa, quando i capispalla erano molto costruiti. Noi svuotammo tutto. Volevamo un abito estremamente confortevole. Zero Gravity non è solo un modello, sono 140 fasi di know‑how, conoscenza e lavoro. Pesa solo 360 grammi perché è fatto solo di tessuto, con una piccola fodera interna solo per far scivolare le braccia all’interno delle maniche. Usiamo i migliori tessuti al mondo, esclusivi per questo progetto. Oggi Zero Gravity è un total look e rappresenta oltre il 70% delle nostre collezioni.

Qual è un dettaglio delle vostre giacche che spesso passa inosservato ma fa la differenza?

All’inizio nessuno nota la loro leggerezza e confortevolezza, ma quando la indossi crea dipendenza. Un altro dettaglio fondamentale è la label con Made in Italy: viene cucita durante il processo produttivo, non può essere aggiunta dopo, e questo garantisce una filiera realmente italiana.

Ci racconta la storia del logo Tombolini?

Mio nonno, grande amante dell’arte e della terra, prese ispirazione da un quadro di Raffaello, quello di San Giorgio che uccide il drago, e lo ridisegnò per creare il nostro logo. Dentro ci sono il drago, il cavallo e San Giorgio, patrono di Urbisaglia. Lo abbiamo stilizzato, ma rappresenta ancora la nostra storia, il territorio e le nostre maestranze.

Lei è promotore del progetto Tombolini for Kids, iniziativa nata nel 2025 per avvicinare i bambini alla sartoria e alla creatività. Qual è l’episodio che più le è rimasto nel cuore, nell’ambito di questa attività?

Tombolini for Kids è un’idea della nostra famiglia. Penso che siamo stati i primi a portare i bambini delle elementari in fabbrica. All’inizio non è stato facile convincere le scuole, poi ci siamo riusciti. Credo che i bambini debbano conoscere i mestieri dei loro genitori, delle loro nonne, delle zie, e avvicinarsi alla manualità. Ogni visita è speciale: ciò che mi colpisce è il loro silenzio, la loro attenzione al lavoro. I bambini più sensibili o introversi hanno una profondità particolare.

L’80% del fatturato arriva dall’estero. Qual è il mercato chiave per Tombolini?

Per noi, sono importantissimi gli Stati Uniti, il Canada, l’Europa del Nord e il Medio Oriente. Spero che le aziende come la nostra possano continuare a vendere senza limitazioni o tasse troppo alti, il vero Made in Italy deve essere esportato. Nelle Marche, purtroppo, molte aziende hanno chiuso per le guerre e i dazi. A breve, partirò per la Polonia, che sarà uno dei mercati fondamentali per il futuro. Il progetto retail è fondamentale: attualmente abbiamo sette monomarca ma ne apriremo altri. Ad esempio, stiamo lavorando per inaugurarne uno in Uzbekistan e uno tra Dubai e l’Arabia Saudita.

Su quali progetti state lavorando per il futuro?

Vogliamo valorizzare l’heritage dei 62 anni dell’azienda. Continueremo con Tombolini for Kids e con il museo che nascerà l’anno prossimo e con la Fondazione Eugenio Tombolini, ponte tra territorio, fabbrica e cultura del lavoro. Vogliamo ispirare le nuove generazioni e far sì che possano restare nelle Marche, senza sentire l’esigenza di trasferirsi per cercar fortuna.

Qual è stata la decisione più impopolare che ha dovuto prendere, ma necessaria per far evolvere l’azienda?

Il passaggio generazionale è sempre stato condiviso. Personalmente, lavoro molto bene con le “vecchie” generazioni, con uomini e donne che sono da noi da diversi anni. La scelta più forte è stata sospendere il conto terzi. Ora lavoriamo solo su Tombolini e sulle linee TMB e Zero Gravity. Questo ci dà più sicurezza, continuità e un rapporto diretto con i clienti.

Se Tombolini fosse una persona, che carattere avrebbe oggi e quale tra dieci anni?

Chi veste Tombolini è una persona umile, onesta e resiliente. Tra dieci anni vogliamo che sia innovativa, colta, affidabile e determinata. Abbiamo posto le basi per un grande futuro e ritengo che ci riusciremo.

Realizzare un magazine come POSH ha qualcosa di meraviglioso. Intanto si ha bisogno di tempo: non tutto deve scorrere veloce, anzi. Inoltre servono l’intensità e una particolare passione per condividere con gli straordinari personaggi che incontriamo momenti unici.